sabato 12 settembre 2009

Ha ancora senso studiare?

Stasera il Centro Fieristico Le Ciminiere di Catania ha ospitato una conferenza dell'Italia dei Valori. Tra i partecipanti: il presidente Antonio Di Pietro, l'on. Leoluca Orlando, l'on. Domenico Scilipoti. Numerosi gli insegnanti precari catanesi, riunitisi per l'occasione per chiedere aiuto ai parlamentari IdV.

L'occasione (fornitami dalla portavoce degli insegnanti precari e dall'on. Leoluca Orlando) mi ha permesso di riflettere sull'importante tematica dei tagli all'istruzione andando oltre al puro aspetto economico. Ho cercato di capire quali saranno le conseguenze a lungo termine.

Parto da due semplici presupposti: 1) è notorio che in una meritocrazia – quella che in teoria dovrebbe esistere in ogni democrazia – solo chi è più bravo va avanti; 2) è statistico – e d'altronde anche spiegabile – che le persone, più ricche sono, più tendono a “snobbare” per così dire i meno benestanti, avendo una tendenza statistica al sentore di superiorità nei loro confronti: in poche parole dei più poveri se ne fottono. Ora vediamo cosa sta succedendo in Italia e cosa succederà nei prossimi anni. Grazie alla coppia che scoppia Tremonti-Gelmini (Ministeri dell'Economia e dell'Istruzione) sono stati previsti tagli al settore dell'istruzione (scuola ed università, ovviamente pubblica) quantificabili per 8 miliardi di euro (fonte: Repubblica.it). Tralasciando la questione non poco importante delle migliaia di precari che a breve si ritroveranno senza un impiego (si parla di 120.000 nei prossimi anni, numero che approssimato per difetto corrisponde alle famiglie il cui reddito sarà dimezzato o completamente azzerato), mi chiedo: cosa succederà tra qualche anno? Infatti si parlava non solo di tagliare fondi alla scuola pubblica, ma di incentivare le scuole private/paritarie, creando così un enorme dislivello tra il settore pubblico e quello privato dell'istruzione. Il pubblico sarà uno schifo, il privato una pasqua.

Le conseguenze di ciò rientrano nelle peggiori previsioni che si possano fare. Quando io avrò una famiglia a carico con dei figli da crescere, dovrò decidere se iscriverli ad una scuola pubblica o ad una privata. Se ora la pubblica è così così, figuriamoci dopo 8 miliardi di tagli alle spese. Al contrario, la privata è incentivata. Le cose sono due: o ho i soldi, o non li ho. Se ce li ho, è normale che voglia che i miei figli frequentino la scuola migliore che esista, e, dato lo schifo che c'è alla scuola pubblica (causa: 8 miliardi in meno), li iscrivo alla privata. Se non li ho la privata non me la posso permettere, e li iscrivo alla pubblica. Questo discorso, a grandi linee, vale già adesso. Cambiano soltanto due cose: il divario fra pubblica e privata, che crescerà (portando a due conseguenze: 1) i padri e le madri di famiglia si indebiteranno per mandare i figli alla scuola privata, 2) quelli che andranno alla pubblica avranno un'istruzione completamente inadeguata); una simpatica idea della Gelmini che l'altro giorno ha esternato sul fatto che vuole togliere il valore legale del titolo di studio. Significato? Il valore di una laurea o di un diploma cambierà di scuola in scuola, amplificando x1000 le due conseguenze di cui sopra, perché a questo punto tutti quelli usciti dalla scuola pubblica non avranno nessun futuro (e tutto a norma di legge). Non perdiamo tempo a dire “tanto non ce la fa a far passare questa legge”, perché lo avevamo detto pochi mesi fa pure per il reato di clandestinità. Sapete questo cosa vuol dire in riassunto?

Dai prossimi anni in poi in Italia il futuro sarà solo e soltanto questione di denaro. Se non hai soldi vai alla pubblica, e non hai un futuro. Se ce li hai vai alla privata, e il futuro ce l'hai. In tutto questo, i debiti dei genitori per mandare i figli a scuola cresceranno, e non è detto che i creditori siano persone perbene. La conseguenza sarà che la nuova classe dirigente sarà formata per il 90% da gente proveniente da ambienti agiati, gente ricca, che di noi più umili (e soprattutto di quelli ancora più umili di noi, che non sanno nemmeno che faccia ha un computer) se ne fotterà, e farà del suo fottersene una moda nazionale. Si ricomincerà ad emigrare, dando vita – come faceva notare l'on. Orlando – ad un fenomeno paradossale: non sono i grandi che se ne vanno, ma quelli che se ne vanno che diventano grandi.

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