Introduzione: come sono arrivato a ciò che sto per dire.
È un po di tempo che rifletto sul nostro Paese.
Da molti anni ormai, ho aperto gli occhi dal Berlusconesimo, e ho cominciato a cercare.
Inizialmente, cercai alternative. Poi, cercai risposte.
Sapevo troppo poco su ciò che accadeva attorno a me, e cosi cominciai a informarmi. Cominciai ad interessarmi agli eventi di attualità; conobbi i protagonisti della nostra situazione attuale.
Li studiai, li catalogai, li capii. Un anno e mezzo fa, per la prima volta mi volsi indietro.
L'input mi venne dal libro di Travaglio, Promemoria, che mi interessò agli ultimi 15 anni della nostra Storia.
Studiai anch'essi; conobbi tangentopoli, le stragi, l'avvento di Berlusconi in politica e le incredibili mancanze di una sinistra fin troppo complice. Ciò che vedevo, ciò che leggevo, mi colpiva, mi lasciava straniato.
Non capivo certi comportamenti; non capivo il mio popolo, perciò non potevo capire i miei politici.
Quest'estate ho avuto modo di studiare meglio il fenomeno mafioso, sempre relativamente agli ultimi 20 anni circa. L'ho indagato e ne ho scorto i legami con la nuova politica, percependone vagamente i patti con quella precedente. Ritenevo tangentopoli un evento chiave della nostra storia. Mi sbagliavo.
A Pisa ebbi modo di comprendere meglio la prima delle due ragioni che sottendono a Mani Pulite: la concomitanza, fino a quel momento da me sottovalutata, tra Crollo del Muro di Berlino e Tangentopoli.
Ma il quadro restava ancora incompleto. Lo sentivo dentro di me, sentivo sfuggire qualcosa.
Infine arrivò la svolta. Per capire meglio su cosa incentrare la mia tesina, lessi un libro "autobiografia di una repubblica", di Guido Crainz. Strano a dirsi, avevo con me quel libro sin dal 6 ottobre, uno dei regali di compleanno di mio fratello corrado, botto, ele e mati. Per 3 mesi avevo accanto a me la chiave di tutto, e non l'ho usata. Forse non ero ancora pronto.
Ad ogni modo, quel libro mi ha aperto gli occhi: è stata la mia chiave di volta.
Era l'ultimo tassello mancante a questo primo puzzle.
Il tassello che mi ha permesso di ricostruire il puzzle del nostro Paese dal 1945 ad oggi.
Vedete, ho sempre pensato che il Berlusconesimo fosse il nemico più importante da combattere.
Solo ora mi rendo invece conto, che esso non è altro che il naturale svolgimento delle cose.
La manifestazione di qualcosa presente in noi, in ciascuno di noi, sin dalla fondazione della Repubblica.
Tanti errori sono stati commessi: ma quelli iniziali sono sempre i peggiori. Hanno compromesso tutta la Nazione, poichè non ne hanno mai gettato le fondamenta.
Una prima riflessione: il resto prenderà forma nel corso di questi mesi e formerà il mio percorso d'esami.
Nel 1945, finito il Fascismo, l'Italia non era una tabula rasa. Conservava in se l'odio per la politica, l'insofferenza verso le regole, le logiche di tipo clientelare riservate ai fascisti,la volontà di essere lasciati in pace.Tutte cose che furono ignorate! I nostri Padri fondatori avevano iniziato un progetto di mea culpa, un progetto di rinnovamento e di espiazione per il nostro paese. E invece tutto questo fu tralasciato! Gli Italiani si auto-assolsero dal fascismo. Lo ritennero una responsabilità non loro, un'eredità ininfluente ormai passata; e con esso, si dimenticarono della Resistenza, rifiutata perchè da sempre considerata appannaggio della Sinistra, dunque dei comunisti, dunque dei "nemici". L'inevitabile benessere che gli aiuti americani portavano al nostro Paese negli anni 50, contribuì a spazzare via ogni residuo di un esame di coscienza mai affrontato, e semplicemente si procedette oltre.
Le istituzioni fasciste furono in gran parte mantenute; il pensiero della gente rimase lo stesso, e anzi andò inasprendosi. L'ondata di benessere non fu governata, e cosi gli Italiani crebbero in modo disordinato, l'uno sull'altro. Si poteva fare qualcosa per canalizzare tutti quei soldi, per indirizzarli alla risoluzione di punti nodali della nostra economia, ma non fu fatto. Tutto fu semplicemente sprecato in un benessere finto, nel mito delle "ferie", mentre la classe politica legava a doppio filo se stessa con la realtà esistente. Via loro, via tutto. In quel periodo salirono al governo i socialisti, e sprecarono clamorosamente l'occasione di innovare il paese, di salvarlo. Cosi le voci latenti esplosero di insoddisfazione.
Nuove voci desideravano un rinnovamento, una politica più onesta e meno onnipresente, e sopratutto responsabile. Non furono ascoltate. Furono represse, e fecero le scelte sbagliate. Incredibili energie giovanili furono disperse nel ripetere la "Dottrina", marxista o anarchica, e quel serbatoio incredibile non produsse nulla di nuovo. Contemporaneamente, la formazione del Compromesso Storico mise fine all'ascesa e alla crediblità del Partito Comunista Italiano. E qui mi soffermo un'attimo, perchè il compromesso storico segnò la morte dell'ultimo difensore della Costituzione e delle regole in Italia.
Sembra strano a dirsi, ma furono sempre i comunisti italiani, dal 45 al 69, a battersi per il rispetto della nostra costituzione, a scandire le critiche più forti alla corruzione sempre crescente nella Dc e nei Socialisti (a partire dagli anni 60 per i socialisti). I Comunisti rappresentavano l'unica voce fuori dal coro, in quanto tagliata fuori dal meccanismo di corruzione dalla cosidetta "Conventio ad escludendum" che gli USA avevano ordinato sin dal 1945. Enrico Berlinguer, l'ultimo comunista d'Italia probabilmente, prese la strada del Compromesso Storico in quanto non vedeva altre vie per provare a cambiare le linee di governo. La Storia gli diede torto, e lui ebbe modo di pentirsene amaramente. Gli elettori del PCI iniziarono allora ad abbandonarlo inesorabilmente, fino a provocarne la scomparsa negli anni 90 circa, e il comune sentimento di insoddisfazione verso la politica da colletivo divenne individuale.
Entriamo cosi negli anni di Piombo, in cui tutti coloro che sono stati delusi dal PCI, che non hanno più fiducia in esso, decidono di farsi sentire da soli. Chi con il suicidio, chi con la rassegnazione, chi con la violenza; nascono le BR, il cui culmine viene raggiunto nel 1978, con l'assassinio di Aldo Moro.
È li che si celebrano i funerali della repubblica, in cui infine tutto finisce.
Dal 1978 cominciano i lunghi anni 80, anni che conobbero un "nuovo" benessere, ancora più terribile di quello degli anni 50, poichè segnarano una svolta. Negli anni 80 gli Italiani perdono definitivamente il senso dell'appartenenza, e la politica diventa una cosa lontana. Perchè negli anni 60 e 70, c'era stata una qualche forma di impegno. Negli anni 60, l'interesse per la vita del Paese era espresso con le proteste, con i movimenti. Negli anni 70, seppur in modo sbagliato, con la violenza e l'indignazione.
Ma negli anni 80 non c'è traccia di partecipazione politica di massa. C'è solo uno sfrenato individualismo, che riporta alla luce le arretratezze degli anni 50 e gli interessi di classe. L'Italiano infine manifesta la sua parte più profonda, emersa solo a tratti nel ventennio precedente, creatasi nel ventennio fascista, ed ora finalmente espressa alla sua massima potenza. Ognuno pensa per se, o nel migliore dei casi per il suo gruppo. Il massimo dell'individualismo con il massimo della protezione. È il trionfo delle logiche clientelari, terreno fertile per DC e PSI: si sviluppa un sistema di concessioni reciproche fra classe dirigente e ceti più forti, in un crescendo di scambi che peseranno come macigni sulla collettività (con l'inflazione nel presente, con il debito pubblico nel futuro). In questa società senza regole trionfano egoismi collettivi e lotte selvaggie, in un sistema che premia i furbi, coloro che imbrogliano, e non è un caso che sono proprio gli anni 80 che vedono l'irrobustirsi della Camorra (grazie ai fondi per il terremoto dell'Irpinia), e il diffondersi delle mafie al Nord, nonchè la guerra di mafia in Sicilia. È l'assalto allo stato, realizzato da partiti e da ceti sociali, nella concretizzazione dell'idea che i poteri pubblici siano strumenti per l'ascesa personale, piuttosto che per la realizzazione di regole collettive, in funzione del benessere di tutti e non di se stessi. Una società che si sente non governata finisce per esprimere al proprio interno una specie di dislocazione selvaggia, particolaristica, furbastra e conflittuale dei poteri e delle decisioni, in cui tutto c'è tranne moralità collettiva, coscienza civile, senso delle istituzioni, rispetto delle regole del gioco statuale. Come si vede il calo di interesse da parte delle masse, e sopratutto l'assenza morale del PCI hanno giocato un ruolo chiave nella degradazione della nostra società; la fine del comunismo italiano è stata la nostra rovina. Senza di esso, il campo era libero e le illegalità furono elevate a sistema, in un crescendo generale di scandali anche giudiziari, e, cosa ancor più grave, nella totale indifferenza dell'opinione pubblica. Di fronte alla mancanza di un controllo, i politici sopravvissero grazie al sistematico ricorso all'immunità, e nulla pareva poter porre fine a questo modus vivendi.
In quest'ottica allora non si può comprendere perchè Tangentopoli ebbe un'influenza cosi vasta, quantomeno a livello di indignazione, visto che essenzialmente le indagini rivelavano tangenti, non proprio un fatto nuovo agli occhi del Paese. La rottura del sistema proviene dalle pressioni giunte dall'esterno. Il progressivo formarsi dell'Unione Europea, e la sua definizione di regole collettive, specie in campo economico, fu la rovina dei corrotti. "Obbligati" dall'esterno a fissare regole, a contenere debito pubblico ed evasione fiscale, dovettero cessare tutti i privilegi alle classi che li avevano cosi generosamente finanziato. Ed è perciò evidente come la cessazione dei privilegi, unita alla storica insofferenza verso le regole, abbia portato gli Italiani a ribellarsi ai suoi politici. Unendo questa ragione pratica a quella ideologica, la "fine" del pericolo comunista,tutte le mancanze perdonate nel corso degli anni 80 confluirono in Tangentopoli, con una violenza incredibile, in cui si fecero sentire anche i mafiosi di Cosa Nostra. Mi da una grande amarezza constatare come l'agitazione di quegli anni non era dovuta (come idealisticamente pensavo) al rifiuto della corruzione, quanto più invece al rifiuto delle nuove regole che la fine della corruzione stava portando. In sostanza, gli Italiani volevano riprendere le logiche clientelari, per ripristinare determinati privilegi di ceto e tornare a chiudere gli occhi di fronte alla corruzione, di cui essi sono a tutti gli effetti complici e beneficiari. Per questo la grande vittoria di Berlusconi alle elezioni del 94 si speiga facilmente: egli prometteva un nuovo "miracolo italiano", in sostanza stava dicendo a chi di dovere: "vi riporterò alle condizioni degli anni 80, anzi vedrete che farò ancora meglio". La promessa di una imminente rinascita permise agli Italiani di auto-assolversi da Tangentopoli,e di concentrarsi sul dopo, come se il prima non fosse mai esistito.
È già la terza volta che gli Italiani si auto-assolvono dai problemi, abbagliati dal benessere momentaneo e finendo sempre dalla padella alla brace. Riepiloghiamole: nel 45, con l'autoassoluzione dal fascismo e il benessere degli anni 50. Negli anni 80, con l'autoassoluzione dalle mancate risposte alle mobilitazioni studentesche, e sopratutto dalla violenza degli anni di piombo, sempre abbagliati dalla possibilità di tornare a una normalità sicura, protesa verso il perseguimento del proprio interesse; e negli anni 90, all'imperversare di Tangentopoli, con la speranza di uscire da quei giorni bui pieni di regole fiscali ed economiche, in attesa di un nuovo benessere che purtroppo non tardò ad arrivare.
Abbagliati ancora una volta, gli Italiani credettero a Berlusconi, che sostanzialmente gli offriva quanto essi desideravano: "un'attegiamento di governo, in buona sostanza, che guardasse con indulgenza sottaciuta all'indole dei cittadini. Alle loro diffidenze verso la dimensione pubblica, agli egoismi di corporazione, alle elusioni fiscali; all'irritazione provocata dal rigorismo e dagli eccessi normativi, ai disturbi somatici generati dall'intrusività dei legislatori, all'invidia per la capacità altrui di sottrarsi all'imperio delle regole." (cit Edmondo Berselli)
Il governo Berlusconi però, spaccato all'interno, durò poco, e ancora una volta, come negli anni 60, si presentò alla Sinistra l'occasione di risscattarsi, di portare il Paese dalla propria parte.
E ancora una volta la Sinistra fallì. È vero che "il primo governo Prodi ci appare oggi il governo migliore fra quelli seguiti al 1994, sopratutto per lo <
(e qui si capisce perchè Berlusconi non voleva entrare nell'UE: il distacco da essa infatti avrebbe eliminato quella spinta esterna a formare e a rispettare regole che aveva abbattuto i socialisti e i democristiani corrotti, ripristinando la situazione degli anni 80, quella della corruzione senza regole e controllori, ndr) Riprende ancora Guido Crainz: "Mancò (il governo prodi, ndr) in un compito decisivo: delineare o perlomeno abbozzare possibili inversioni di tendenza su differenti terreni (l'economia, l'equità sociale, le modalità stesse della politica); indicare e praticare, anche, regole e forme di etica pubblica, a partire dalla trasparenza e dal primato delle nomine. Nulla di tutto questo fu fatto, e neppure tentato. In assenza di novità reali parvero dunque prevalenti gli elementi di continuità con il passato, e meno tollerabili i sacrifici necessari per ridurre il debito pubblico: per fare i conti cioè con l'eredità più pesante degli anni ottanta."
L'assenza di un profilo convincente indebolisce il governo e lo espone alle dissociazioni di Rifondazione Comunista, che gli toglie la fiducia nel 1998. L'Ulivo sceglie di non andare alle urne ma di allearsi a un raggruppamento che raccoglie alcuni esponenti di una vecchissima politica.
Difficile stupirsi allora della vittoria di Sivlio Berlusconi alle elezioni del 2001, grazie a promesse ancor più allettanti, ripetendo in buona sostanza il copione del 1994, e peggiorando sempre di più le modalità di campagna elettorale e di azione di governo. Questa volta governerà 5 anni, 5 anni di "sorprese e paradossi", in cui la destra inasprirà sempre di più il suo dizionario politico, con gli usi da noi ben conosciuti, e divenuti ormai consueti nelle pratiche del "partito dell'amore".
Cinque anni in cui l'opposizione prova a risvegliarsi, con i girotondi promossi da Nanni Moretti, e con le battaglie per lo statuto dei lavoratori, e le manifestazioni per la pace. A ciò corrisponde l'indebolirsi del governo, culiminante nell'estromissione di Giulio Tremonti da ministro dell'economia e dal declino del "Polo delle Libertà". La partecipazione democratica sembra risorgere, e migliaia di persone partecipano alle Primarie dell'Ulivo, consacrando come leader Romano Prodi. Ma ancora una volta le debolezze del centro sinistra permanevano, nella mancaza di una visione d'insieme, nell'accozzaglia di partiti troppo diversi e contraddittori fra di loro; ciò nonostante esso vinse le elezioni, sfaladando ancora di più la sua credibilità e il suo consenso. Ancora una volta l'interesse non è quello di innovare ma, come nel 69 e nel 98, prevalgono sempre i legami con la vecchia politica, conducendo anch'essa al fallimento totale e alla delusione dei suoi pur speranzosi elettori. Cade cosi il governo e si ritorna di nuovo con Berlusconi al potere, in base ad una maggioranza ottenuta a caldo, con la cocente disillusione nei sostenitori dell'Ulivo, poi scioltosi. Vengono allora alla mente gli inviti di Pier Paolo Pasolini, che trentacinque anni fa, nelle "Lettere Luterane", invitava a leggere insieme la degenerazione del Palazzo e la mutazione antropologica del paese; e a colpire e a ferire non è tanto la <
Ecco in sintesi, in estrema sintesi, ciò che sta alla base dei giorni presenti.
Ecco perchè non mi stupisco quando destra e sinistra insieme concordano nel celebrare il decennale di Bettino Craxi intitolandogli una via, e il popolo tace, indifferente.
Ecco perchè Berlusconi o non Berlusconi, gli Italiani hanno bisogno di identità.
Non serve un grande partito d'opposizione, come suggerisce Paolo Flores D'Arcais dalle colonne de "Il Fatto quotidiano", nè sarà utile in questo senso l'apporto che si appresta a dare il Popolo Viola.
Ciò che serve al Paese è ammettere le sue colpe, tutte le sue colpe, e dopo aver fatto un esame di coscienza reale, profondo, ciò che serve è ricostruire una nuova identità.
Un'identità basata non più sul rifiuto delle regole e delle logiche clientelari, non più ostile alla politica o complice di essa; un'identità di italiani che abbia come desiderio il raggiungimento del bene comune.
(per chi fosse interessato sono disponibile a spiegare come e perchè agire per il bene comune porti un maggior benessere individuale rispetto a quello che si otterrebbe agendo solo per il proprio benessere individuale)
Soltanto ammettenndo i propri errori si potranno trovare dei punti in comune a tutti gli Italiani, e da essi partire per costruire una nuova unità nazionale. Altrimenti sprofonderemo sempre di più, in una lunga discesa verso l'oblio, verso lo smembramento dello Stato, iniziato negli anni 50, e finora mai arrestato.
Solo cosi potremo salvare il nostro Paese.
Grazie per la lettura,
Antonino Salmeri.