mercoledì 14 ottobre 2009

3a puntata - I tasti della mia vita

Da quando quell'esigenza di nuova vita ha iniziato a farsi spazio nella mia mente, vivo la mia vita come una sinfonia di mille strumenti. Nonostante tutto, sono il pianoforte solista. Muovo le dita veloci su un lungo piano nero a coda. Sono solo in un immenso prato verde, al tramonto. Il suono degli altri strumenti canta intorno a me. Non so da dove viene, ma una cosa è certa. Non sono con me sul prato. L'immensa distesa è la mia anima, il tramonto eterno è il mio eterno senso di inquietudine. A volte sbaglio questa o quella nota. A volte non sono io a sbagliare. Ma, se non si sbagliasse, dove sarebbe il bello? In fondo in fondo, è questo il bello di suonare di fronte al mondo.
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Mi ricordo ancora la volta in cui imparai i miei primi accordi. Do, La minore, Re minore, Sol settima. Do, La minore, Re minore, Sol settima. Do, La minore, Re minore, Sol settima. Ripetuti all'infinito. È stato un amico di mia nonna, su quello stesso pianoforte, ad insegnarmeli. E li ho suonati a lungo, quasi aspettandomi che ad un certo punto avrebbero suonato diversamente. Ma in fondo lo sapevo che il suono sarebbe stato sempre quello. Do, La minore, Re minore, Sol settima. E questo mi bastava. Quelli erano i miei accordi. E, nonostante mi fossero stati insegnati, sapevo che in un modo o nell'altro venivano dalla mia anima. Da quel momento non posso guardare un pianoforte senza suonarlo. Non sono bravo. Conosco solo una manciata di pezzi. O forse sì, sono bravo. Perché quella manciata di pezzi, perché porre le dita sui tasti bianchi e neri di un pianoforte, perché chiudere gli occhi e sbagliare una nota, immaginando di trovarmi su un prato immenso, alle luci del tramonto, è in fondo l'essenza della mia vita.
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Muovo lentamente le dita. Accarezzo i tasti della mia vita. Il dito mi scivola. Ta. Un fievole suono abbandona il mondo della realtà e si diffonde nella mia anima. Ho gli arti congelati, eppure quella nota mi riscalda, ed abbandona me a me stesso. Mi lascia solo e vuoto. Quella domanda fa capolino. Non è vero, non fa capolino. È stata sempre lì, presente. Nascosta sotto una coltre di nubi.

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Nonostante già da piccolo mi fossi innamorato di un pianoforte, con l'andare degli anni, decisi di imparare a suonare la chitarra. Avevo nove anni. Mi ricordo che pensai che sarei potuto entrare in un gruppo, e in quel modo avrei fatto attirato a me un sacco di ragazze. Le ragazze. Spesso, soprattutto nella mia infanzia, sono state un problema. La mia riservatezza non mi ha mai permesso di riuscire ad avere un'amica femmina. Forse perché vengo da una famiglia in cui, almeno a quei tempi, non esistevano per me esempi notevoli di amicizia uomo-donna. E per le continue pressioni di mio padre che, scherzosamente, mi chiedeva ogni giorno: «Quannu ta fai 'a zita?» Ma io non capivo lo scherzo. E mi arrabbiavo. Cazzo quanto mi arrabbiavo. Per questo motivo, ogni simpatia o amicizia diveniva inevitabilmente amore, quell'amore che solo i bambini di una certa età possono provare. Quel tipo di amore infantile che ti permette di continuare ad amare nonostante tu non sia ricambiato. E non lo dico solo per farvi capire di che tipo di amore si tratta. A me è successo veramente. Due volte. E, ogni volta, per svariati anni di fila. Direi all'incirca tre-quattro anni più altri due-tre. Circa sei anni della mia vita passati a guardare una ragazza da lontano, sapendo di non poterla avere. Ma sperando incessantemente che questo potesse avvenire. Tuttavia, se dicessi che ci stavo male, direi una cazzata. È vero, faceva male vederle confidarsi con me come con un amico fidato. Essere uno di quelli che «per me sarai sempre un amico». Sempre e solo un amico. Ma in fondo, lo riconosco, provavo un certo piacere nel crogiolarmi nel mio eterno dolore. Non facevo la vittima per far vedere che ero trattato male. Facevo la vittima per dimostrare a me stesso che ero trattato male. Eppure non lo ero. Mi trattavo male con le mie stesse mani. Ma non potevo rendermene conto. Avrei potuto smettere di rimpiangermi in ogni momento, ma non lo feci mai. E continuo a non farlo anche adesso. Mi crogiolo nel dolore. Per altre ragioni, è ovvio. Quando si presenta l'occasione.
Io credo che in fondo ognuno di noi tragga un certo piacere dal piangersi addosso. Credo che quando proviamo dolore non fisico, allo stesso tempo proviamo un certo grado di soddisfazione. Perché quando soffriamo, generalmente, non è per colpa nostra. E questo ci dà un senso di benessere. Sapere di non aver torto ci dà un senso di benessere.

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