sabato 26 settembre 2009

Facebook da strada


La velocità della luce è irraggiungibile per l’uomo, perché la sua massa crescerebbe ed egli morirebbe, secondo la teoria della relatività di Einstein. In compenso l’uomo cerca di viaggiare sempre più rapidamente nella vita di tutti i giorni: nessun momento deve essere più “perso”.
Perché si crede che i momenti di stasi siano degli attimi persi?
L’inerzia aiuta lo sviluppo dell’autocritica e della riflessione. Qualunque cosa pensiamo potrebbe assumere un valore nuovo o diverso, sempre in dipendenza da chi la sviluppa chiaramente.
Perché lasciarci coinvolgere dallo stress?
In questi giorni mi sono reso conto che viaggiare con la mente più lentamente e lasciar maturare idee e progetti, con il tempo che necessitano, mi porta a rendere di più nelle mie attività.
Il tempo porta a maturazione le sensazioni, le idee e gli argomenti che non ci sono molto chiari. Solo quando trascorre possiamo vedere la situazione che affrontavamo da una prospettiva più alta.
Invece quando accendo il computer e mi stabilisco di fronte alla schermata di Facebook, comincio a cambiare e la mia mente si adatta al mondo del social network. Mi sento completamente immerso in esso e tutto il mio mondo scorre alla velocità al quadrato: le informazioni viaggiano velocissime, come i saluti e i discorsi. Isolo, così, me stesso dal resto.
Peccato che il resto è il mondo.
Molto spesso credo che tutto scorra dentro questo computer, mentre esso si limita a raccontare quello che accade all’esterno.
I pregi sono palesi e indispensabili: è stupendo comunicare con i miei amici americani o scrivere questi pensieri e vederli pubblicati su questo blog in pochi attimi, ma allo stesso modo le notizie scorrono in maniera iperveloce.
Il quotidiano che arriva all’alba in edicola è già freddo, superato, perché le notizie della notte e del giorno prima le abbiamo già lette dal sito Ansa o da Reuters.
Veniamo a conoscenza di un numero maggiore di notizie rispetto agli anni passati e si potrebbe dire che tutti conoscono cosa accade all’altro. Anche la vita degli amanti si fa sempre più dura con Facebook: è facile trovare le foto del proprio partner taggato alla serata di ieri sera, quando aveva affermato di essere a cena con gli zii tornati dalla luna di miele.
E cosa succede quando leggiamo di una morte?
Siamo, forse, più indifferenti.
La grande mole di informazioni alla quale siamo sottoposti, ci pone in un atteggiamento di difesa. Infatti selezioniamo poche notizie che ci possono turbare oppure le evitiamo. E’ molto semplice chiudere la schermata di internet, piuttosto che chiudere la porta in faccia ad una persona che piange e viene a chiedere aiuto a casa nostra.
Ovvio, perché su internet tutto diventa di dominio pubblico e di conseguenza interessa sempre meno ognuno di noi, perché il suo peso si suddivide in quanti lo leggono. Questo mezzo di comunicazione è freddo, inoltre, così è difficile lasciarsi commuovere da un evento.
Le emozioni, quindi, scemano in un “cavolo…che tristezza” per poi chiudere la pagina e dedicarsi al commento a tappeto delle foto.
Nella vita reale, invece, tutto è più profondo e ogni esperienza lascia in noi una cicatrice.
Tramite esse cresciamo, ma solo perché le viviamo fino in fondo, mentre sul web le assaggiamo. Conosciamo anche meglio le persone.
Inoltre la comunicazione diretta è molto più consona alla trasmissione di idee, amore, impeto, tristezza e gioia. Dobbiamo aggiungere uno smile per trasmettere un sorriso tramite Messenger, che invece è parte dell’uomo di default. Così come dire qualcosa di persona alla propria ragazza incide dieci volte in più che tramite un messaggio.
Quello che accade è la velocizzazione delle emozioni e la mancanza di tempo per maturarle e assimilarle. Una morte letta su internet ci rende sempre più indifferenti, perché obbiettivamente capita vederla sempre più spesso. Vedere, invece, una persona che ha perso qualcuno ci trasmette le sue emozioni e così siamo nuovamente in grado di provarle anche noi.
Non siamo indifferenti. E’ solo che viviamo più su internet che per strada e, quindi, ci limitiamo ad agire dietro uno schermo, senza vedere davvero chi c’è di fronte a noi.
Uscire di casa per andare alla posta forse ci farà incontrare un vecchietto, quello ci ricorderà com’era bello ai suoi tempi giocare per strada e così ci ricorderemo del nostro amico d’infanzia, che fine avrà fatto? Potremo mandargli un messaggio e sfruttare la tecnologia a nostro vantaggio e non lasciarci dominare.
Poi tornando a casa, potremo incontrare un’amica che non vedevamo da molto tempo e magari penseremo quanto è diventata bella. La aggiungeremo su Facebook e dopo aver chattato su Messenger, scopriremo che le piacciono gli Artic Monkeys e, magari, le proporremo di andare al cinema insieme per vedere il nuovo film di Woody Allen, che lei adora.
Tutto questo solo perché quel bollettino non l’abbiamo pagato tramite internet.
Non sostengo l’abbandono della tecnologia, ma l’utilizzo strumentale di essa. E’ la nostra “schiava” e, quindi, non dobbiamo rinunciare mai a nessuna esperienza o emozione per essa.
Quanto è più soddisfacente trascorrere un pomeriggio con un amico, invece di trascorrerlo su Facebook? Oppure giocare a calcio invece di giocare a Pro Evolution? O ancora massaggiare la propria ragazza anzi che “messaggiarla”?
Vivendo, senza lasciarsi dominare dalla tecnologia, si raggiunge, forse, un diverso grado di serenità e si riacquista il normale scorrere del tempo.
Perdonatemi ma ora lascio qui questo computer…chissà cosa mi riserverà questo scuro pomeriggio!

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