venerdì 24 luglio 2009

In un bar ci sono un Albanese, un Inglese e un Italiano

Questa volta, però, la barzelletta non fa ridere.

«Citroviamo di fronte ad un bivio»,e per come stanno andando le cose, la strada che prenderemo è piùche prevedibile. È il 10 luglio e mi trovo in un pub a Windsor conOlsi Hutka e Paul Rogerson. «È da anni che lo stanno preparando»mi dice Olsi. Viene da Tirana, Albania, ma vive a Sassari da 16 anni.Dal 2002 lavora nella scuola di inglese che Paul gestisce dagli anni'80. Alla luce degli ultimi eventi – che hanno visto l'Italiaprotagonista di una serie di cambiamenti che incideranno sul futurodella società come oggi la conosciamo – Paul e Olsi hannoacconsentito a darmi la loro opinione in quanto stranieri in Italia,e in quanto tali direttamente o indirettamente coinvolti nellafaccenda.

Il 2 luglio è stata approvata una legge che inserisce il«reato di clandestinità»nel nostro Codice Penale. Traduzione? Sono un criminale perché mitrovo in un certo luogo. Non importa chi sono, cosa faccio, perchélo faccio; solo dove sono nato e da dove vengo. La nuova legge,valida per gli immigrati provenienti da paesi extra-comunitari, èpassata col titolo «Disposizioniin materia di sicurezza pubblica»:a questo proposito le Nazioni Unite hanno voluto far notare come,soppesando un attimo le parole, sembra che si voglia approvare perlegge l'equazione immigrato=criminale. «Èda qualche hanno – mi dice Olsi – che ogni servizio sugliimmigrati o gli albanesi parla di criminalità. Fanno vedere ibarconi stipati o le donne stuprate. La mia gente non è così, anchese c'è povertà sono persone che ti trattano bene, non importa dadove vieni».

Olsi non haproblemi di clandestinità, è regolare da quando è arrivato inItalia; ha fatto richiesta di soggiorno come ricongiungimentofamiliare (la madre lavorava già in Italia). «Deviessere davanti alla questura almeno dalle 6 del mattino, anche seapre alle 9. Devi fare la fila con ragazzi che vengono da tanti paesie da tante situazioni. La gente che passa ti guarda strano soloperché sei accanto ad un nero»;poi fai la richiesta e vieni intervistato. Ora, la nuova legge da perscontato che un immigrato, scappato da situazioni terribili dipovertà, maltrattamento e violazione dei diritti umani, possachiedere asilo mediante la procedura standard di richiesta dellostatus di rifugiato. Vediamola più da vicino. La procedura è similea quella per il ricongiungimento. La differenza sta nel fatto che un“aspirante rifugiato” all'arrivo in Italia è in pessimecondizioni: per entrare legalmente in Italia come ricongiungimentofamiliare, è sufficiente fare richiesta di visto all'ambasciata (chegeneralmente viene concesso) prima della partenza; per scappareovviamente non c'è nessuna via legale. Devi scappare e basta.Entrare da clandestino, nella quasi totalità dei casi con unbarcone. In questo modo, la procedura governativa risulta inadattaallo scopo che si prefigge: aiutare persone in fuga che di questure,questionari, interviste, marche da bollo (perché ci vogliono anchele marche da bollo) e in generale burocrazia non ne vogliono saperenulla. Bisogna inoltre puntualizzare che la questura non può accettaretutte le richieste, si deve moderare: nel 40-45% circa dei casirespinge la richiesta. Cosa succede in questi casi? «Quandotorni nel tuo paese o ti ammazzano o ti arrestano o ti perseguitano».A questo punto entrare da clandestino risulta molto più facile emeno rischioso. E meno dispendioso, visto che il riconoscimento dellostatus di rifugiato ha un suo costo, per quanto minimo. A questo punto, se non sei regolare, entrain gioco la nuova legge: questa prevede una multa dai 5.000 ai 10.000euro – che per un egiziano, per esempio, equivalgono da circa200.000 a circa 400.000 euro –, la galera a chi ti da in affitto unqualsiasi locale e l'impossibilità di sposarti o di iscrivere tuofiglio a scuola. Chiedo a Paul cosa ne pensa.«Questalegge fa schifo. Voglio dire, è inaccettabile il modo in cui lepersone vengono trattate diversamente in base a criteri inesistenti».Il che, bisognerebbe puntualizzare, va anche contro l'art. 3 dellanostra Costituzione, secondo cui tutti sono uguali davanti alla legge«senza distinzioni dirazza, di lingua, di religione, di condizioni personali e sociali».

Indro Montanelli, giornalista italiano vissuto durante il ventenniofascista e deceduto il 22 luglio '01, 8 anni dalla data in cuisto scrivendo, ci ha lasciato prima di morire un pensiero che puòfar riflettere. Quando lo disse era furioso. Erano i giorni in cuiBerlusconi, dall'alto del suo trono ad una conferenza stampa inBulgaria, ordinava la chiusura dei programmi «Satyricon>>,«Il fatto»e «Raggio verde»perché avevano esposto l'amara verità dei fatti, un tipo di veritàche in Italia non è più tollerata. Montanelli aveva avuto unabrutta sensazione, cattivi ricordi erano stati rievocati: dejà-vu ditempi passati. Ricordò: «Questoè il linguaggio con cui andarono al potere».Nell'Italia del 2009 siamo già in fase avanzata, siamo già alcontrollo dell'informazione, all'epurazione (mediatica) degli oppositori (quelli veri, non quelli per nomina), e ora anche alleleggi razziali. E prossimamente, in esclusiva per gli Italiani, duenuovi leggi: la legge bavaglio – che tapperà la bocca aigiornalisti – e la legge sul «dirittoall'oblio» – cheoscurerà i siti internet non graditi. Un po' come in Cina, con lasola differenza che nel nostro paese tutto è fatto nel nome della democrazia.

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